4 > 5 marzo. Ricorrenze e coincidenze. LIDIA RAVERA. SALVATE DESDEMONA

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“Cazzo. Cazzo. Cazzo. Cazzo. Figa. Fregna cicoria. Figa pelosa, bella calda, tutta puzzarella. Figa di puttanella.”
Era il 1976, e questo è l’incipit di Porci con le ali, un sasso che Rocco e Antonia scagliavano contro la vetrata del perbenismo. Il libro divenne immediatamente cult per i ragazzi degli anni Cinquanta. Rocco era il nom de plume di Marco Lombardo-Radice, Antonia quello di Lidia Ravera.
1976/2016: oltre al 400 anniversario shakespeariano, ricorre un’altra – meno fastosa ma significativa – ricorrenza, il quarantennale dell’uscita di quel libro che tanto fece parlare e discutere. In quel tempo, chi vi scrive lavorava intensamente alla rai, e in quel 1976 curava una rubrica di libri per radio tre. Il direttore della rete era un autorevole giornalista e un sincero democratico (detto davvero, senza ironia) che sollecitava la circolazione di libri nuovi, nervosi, giovani e meglio ancora se provocatori. Gli segnalai l’uscita di Porci con le ali, appena arrivato in libreria, aggiungendo con provocatorio scetticismo che sarebbe stato perfetto ma che purtroppo non si poteva fare. «E perché?», chiede il direttore. «Perché è troppo, per la rai». «Su radio tre, niente è troppo». Gli citai allora l’incipit: “Cazzo. Cazzo. Cazzo. Cazzo. Figa, ecc”. Era palesemente una sfida. Il direttore la colse e m’intimò di realizzare una puntata sul libro. La registrammo negli studi della rai di Torino. I tecnici erano sovreccitati, lo studio blindato, la giovane attrice scelta per la parte di Antonia emozionata… (Qui è necessaria una digressione: la giovane attrice era Gisella Bein, che la scorsa settimana ha interpretato, con Gianluigi Pizzetti, il primo spettacolo del nostro ciclo shakespeariano, La signora Shakespeare, di Nicola Fano).
Dunque registriamo la puntata. Durante le pause, i tecnici si affacciano allo studio C. Ascoltano le prime battute. Le scommesse s’incrociano: «Non la trasmetteranno mai». «Perché no? Su radio tre…» In attesa dell’esito, il mio tecnico mette in cantiere una piccola produzione di audiocassette ad uso interno.
Il nastro registrato parte fuorisacco per Roma. La messa in onda è attesa per due giorni più tardi. Viene il giorno, e invece della trasmissione esce su La repubblica un articolo del direttore che spiega per quali ragioni la puntata non potrà essere trasmessa. È una lucida e nobile argomentazione. La produzione di audiocassette registra un’impennata violenta.
Gli anni Settanta, quarant’anni dopo. Insondabili (o solamente bizzarri) ricorsi.

P.S. Per la prima del 4 marzo i posti sono esauriti ma per il 5 ce n’è ancora qualcuno.

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