“La spesa si fa col carrello” è lo slogan col quale i supermercati incominciano l’occupazione del territorio nazionale, nel 1961. Il tono del messaggio è perentorio: se vuoi agganciare la modernità, impara a guidare il carrello – visto che non hai la patente e comunque tuo marito non ti lascerebbe toccare la sua macchina, Irene, con la quale intrattiene un rapporto morboso che si manifesta, oltre che nei toccamenti, anche nei frequenti regalini: cani lupo che dondolano la testa, cuscini di peluche, targhette similoro di San Cristoforo, ecc. La tua macchina è dunque il carrello, scendi in pista; le barzellette del fruttarolo e la spocchia del macellaio che ti guarda dall’alto del suo bancone come se fosse un giudice appartengono al passato.
Le signore ritratte nella foto prendono seriamente il loro ruolo di consumatrici responsabili: la più adulta (forse zia) compara i prezzi fingendo una competenza che non ha, ma alla quale la più giovane adepta – donna tendenzialmente insicura e sottomessa – crede senza riserve. La signora più discosta, dal profilo altoatesino, esprime un atteggiamento cauto: la memoria del maso e dell’0rticello sono ancora vive in lei; forse questa sua è solo una prima ricognizione, la prossima volta comprerà. L’unico che sembra indifferente a questa svolta epocale è il bimbo col berrettino oxfordiano; sta pensando che fino a qualche giorno fa era meno noioso fare la spesa con la mamma: il salumiere lo chiamava “giovanotto” e la panettiera gli allungava un grissino o un biscotto. Tentando di decifrare il Nuovo, appoggia la guancia pensosa sul metallo; il suo sguardo inquadra una vaschetta di prosciutto che manda plastici barbagli; sente che le palpebre si fanno pesanti e che la mente si riempie di una bambagia leggera; veleggia in una dimensione di mezzo, fra la meditazione e l’ipnosi: con gli anni, questo piacevole fluttuare verrà meno e il supermercato si rivelerà per quello che è, il tempio della noia.