Colpisce, in alcune scritture, l’ingegno (e anche l’ardimento si sarebbe detto un tempo) con cui l’autore riesce ad accostare oggetti del tutto eterogeei. Un poeta del XVII secolo, ad esempio, Giuseppe Artale, costruì un ingegnosissimo (e naturalmente barocchissimo) sonetto intitolato “Pulce sulle poppe di bella donna”)(“Piccola instabil macchia, ecco, vivente/in sen d’argento alimentare e grato…”). Certo la pulce era (ed è ancora) un soggetto fortemente impoetico, contrariamente al seno femminile. Ma il bello (l’ingegno) della costruzione sta proprio nel combinare il repellente insetto con il candore di un busto femminile. Venendo a un’età molto più vicina alla nostra e uscendo dai salotti della poesia, Bruno Munari, uno dei padri del design italiano, nonché artista e teorico aggraziato, si diverte a combinare un oggetto naturale come l’arancia con l’arido tecnicismo del linguaggio specialistico del packaging e creando, con questa commistione, una stralunata innaturalezza.
L’oggetto è costituito da una serie di contenitori modulari a forma di spicchio, disposti circolarmente attorno a un asse centrale verticale. Tutti i lati curvi, volti verso l’esterno, danno nell’insieme, come forma globale, una specie di sfera.
L’insieme di questi spicchi è raccolto in un imballaggio abbastanza duro sulla superficie esterna e rivestito da una morbida imbottitura interna.
Ogni contenitore è a sua volta formato da una pellicola plastica, sufficiente per contenere il succo e abbastanza manovrabile. Ogni spicchio ha esattamente la forma della disposizione dei denti nella bocca umana per cui, una volta estratto dall’imballaggio, si può appoggiare tra i denti e, con una leggerissima pressione, romperlo ed estrarne il succo.
L’imballaggio, come si usa oggi, non è da ritornare al fabbricante ma si può gettare.
Bruno Munari, Arte come mestiere, Laterza
