Ma i ricchi devono o non devono piangere? Assolutamente sì, per chi non disdegna di schiantarsi come un cosacco a sciabola sguainata contro un panzer; assolutamente no, per chi, con l’aria di saperla lunga in questioni di economia, avverte che i ricchi, prima che spunti la prima lacrima, hanno già portato la ricchezza in qualche paradiso fiscale e buonanotte a chi rimane. Questo dibattito sul pianto dei ricchi, che ci deliziava nel 2009, viene da molto lontano ma ha decisamente perso vigore in questi ultimi anni, e mi sembra che nessuno lo rimpianga. Ma le questioni inattuali possiedono il fascino della polvere di cui sono ricoperte – non si spiegherebbe altrimenti il successo degli innumerevoli mercatini pulciosi che riciclano paralumi tarlati e tazzine indecenti: non diversamente avviene per le idee, come credo dimostri il frammento che vi proponiamo. Lo scrisse Pétrus Borel, un autore del quale la Miseria si era maniacalmente innamorata, tanto da seguirlo in ogni sua mossa (non lo mollò nemmeno quando i suoi libri ebbero un discreto successo). Vissuto nella prima metà del XIX secolo, Borel, fin dagli esordi, si sentì attratto dalla tenebra (che con la Miseria si accorda benissimo, così come col freddo e la fame). La sua prima e più importante prova narrativa, Champavert, racconti immorali, propone una poetica della crudeltà che venne etichettata come romanticismo frenetico, per indicare una spasmodica ricerca di assoluto nella quale convivevano l’ironia, l’eccesso, il cinismo, e che trovava il suo riferimento nel romanzo gotico inglese. Giravano sostanze (hashish e oppio), fra i giovani scrittori frenetici protesi al superamento del conformismo borghese e anche di un Romanticismo troppo elegante. Nella piccola compagine, Borel, che amava farsi chiamare Il Licantropo, fu il più combattivo e il più in vista, ma gli scrittori che gli facevano corona erano di primo piano (due nomi su tutti, Théophile Gautier e Gérard de Nerval); come tutti i combattenti puri, la forza di Borel fu anche la sua condanna; forse se ne accorse quando vide che, oltre alla fedele Miseria, un altro nume tutelare gli camminava a fianco, l’Oblio. Fu dimenticato, immediatamente e ingiustamente, come tutti gli esseri umani non scriventi e gli scrittori non famosi. Ottant’anni dopo la sua morte, lo riscoprirono i surrealisti ma probabilmente il Licantropo, sprofondato com’era nell’angolo più buio del suo cuore, non se ne accorse nemmeno.
Non credo che si possa raggiungere la ricchezza se non si è di indole feroce, un uomo sensibile non riuscirà mai ad accumulare.
Per arricchirsi, bisogna avere un’idea soltanto, un’idea fissa, dura, incrollabile, la voglia di radunare un grosso mucchio d’oro; e per riuscire a farlo diventare sempre più cospicuo, bisogna esser usurai, imbroglioni, inesorabili, ricattatori e assassini! e soprattutto maltrattare i deboli e gli indifesi!
Poi, quando questa montagna d’oro raggiunge il suo culmine, ci si può arrampicare sopra e dall’alto, col sorriso sulle labbra, contemplare la valle di miserabili che si è stati capaci di creare.
Pétrus Borel, Mercante e ladro sono sinonimi, “Antologia dellp hunour nero”, a cura di André Breton, Einaudi, Traduzione di Ippolito Simonis e Mariella Rossetti