Il fantasma della radio, ovvero il pregiudizio allucinatorio a teatro

fantasma radioQuesto blog, è noto a tutti voi, si chiama Radiospazio Teatro, così come la formazione teatrale alla quale fa riferimento. Orbene, (quando fremo, mi viene spontanea questa congiunzione polverosa; chissà, forse racchiude una muta implorazione alle virtù di autocontrollo dei nostri antenati, molto più contegnosi di noi)… orbene, vi pare sensato che al termine di uno spettacolo teatrale, accessoriato di scene, costumi, attori in carne ed ossa, nonché di un video e, per contro, senza (sottolineo senza) l’ombra di un microfono, alcuni spettatori, giunti al rituale delle congratulazioni, dicano: “Questi spettacoli radiofonici hanno un sapore unico”? D’accordo, la nostra ragione sociale contiene la parola “radio” ma questo non spiega ancora la stupefacente affermazione. Sarebbe come se gli spettatori del Teatro delle Moline, a Bologna, andassero a chiedere al regista un chilo di farina; per non parlare, poi, del Teatro della Tosse, a Genova, dove gli stessi spettatori (esiste una tipologia ben precisa) entrerebbero con le tasche piene di confezioni di pastiglie Bisolvon; o del Piccolo di Milano, dove si premunirebbero di sgabelletti pieghevoli da campeggio per timore di non trovar posto nonostante la prenotazione. Qualcuno obietterà che fra i pregiudizi in circolazione quello di vedere microfoni e allestimenti radiofonici anche là dove non ci sono non è dei più gravi: è vero, ma questa forma di allucinazione di stampo pavloviano (“Se la compagnia si chiama Radiospazio teatro, ciò che vedo sarà uno spettacolo radiofonico”) mi destabilizza. In questi casi, e per qualche giorno, compreso oggi, mi sorprendo a studiare dei rimedi. Il più semplice? Non potendo cambiare le teste, quello di cambiare testata. Ma sarebbe sufficiente?

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