L’insostenibile leggerezza dell’essere è il romanzo in cui Milan Kundera struttura su più livelli un’analisi profonda e disincantata dell’esistenza: la vita, la morte, l’amore, la necessità e la scelta, la libertà, la leggerezza e la pesantezza, la menzogna e la verità dell’essere. L’autore scava nell’animo umano, decostruisce la coscienza collettiva, così nella sezione sesta del suo romanzo, intitolata La Grande Marcia, ci svela la dinamica di un potere che non si manifesta più nel fanatismo di un’ideologia o nel delirio di onnipotenza, ma si insinua e si radica sul conformismo delle persone:
“Dietro tutte le fedi europee, religiose e politiche, c’è il primo capitolo della Genesi dal quale risulta che il mondo è stato creato in maniera giusta, che l’essere è buono e che è quindi giusto moltiplicarsi. Chiamiamo questa fede fondamentale accordo categorico con l’essere. Se ancora fino a poco tempo fa nei libri la parola merda era sostituita dai puntini, ciò non avveniva per ragioni morali, […] il disaccordo con la merda è metafisico [..] l’ideale estetico dell’accordo categorico con l’essere è un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse. Questo ideale estetico si chiama Kitsch. […] Il Kitsch è la negazione assoluta della merda, in senso tanto letterale quanto figurato: il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.” (M. Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, p. 268)
Dunque l’imperativo diventa seguire la norma esterna e l’arte che glorifica il potere non può ritrarre ciò che non si conforma, deve cantare la bellezza di ciò che il potere rappresenta, è l’accordo categorico con l’essere. Ma il Kitsch non è solo gusto artistico, diventa pervasivo, assume una prospettiva politica ed etica poiché è la volontà del bello e dell’armonia a tutti costi e offusca il bene; è un potere che indossa una maschera di bellezza e si esercita attraverso il male conforme alla legge:
“Il Kitsch comunista. Il suo modello è la cerimonia detta del primo maggio. […] Quando il corteo si avvicinava alla tribuna centrale, anche i visi più annoiati si illuminavano di un sorriso, come a voler dimostrare di essere doverosamente contenti o meglio di essere doverosamente d’accordo.” (Ivi, p.269)
Il Kitsch impone il proprio senso di armonia nei confronti del mondo come universalmente condiviso, il potere, specie se totalitario, vuole un soggetto che non ha dubbi, che non pone domande: ogni espressione di individualismo, di ironia, è bandita dalla vita e il Kitsch assume così il carattere di una scelta ontologica perché è un modo di pensare all’essere come negazione della realtà, un paravento che nasconde la morte. Kundera “smonta” le figure negative e smaschera la vera funzione del Kitsch:
“La parola d’ordine non scritta e tacita non era -Viva il comunismo!- bensì -Viva la vita!-. La forza e l’astuzia della politica comunista consistevano nel suo essersi appropriata di quella parola d’ordine. Era appunto quella stupida tautologia a trascinare nel corteo comunista anche coloro che alle tesi del comunismo erano indifferenti”. (Ibidem, p.269).
La più banale delle tautologie toglie dal campo del giudizio ciò che ha di inaccettabile la vita.
Come lottare contro il Kitsch? Per Kundera la dissidenza non basta, perché spesso chiude una ferita che invece deve rimanere aperta tra le uniche due istanze autentiche: nascere e morire, allora è la costante e difficile, poiché pesante, disidentificazione da quelle variabili che caratterizzano l’identità che ci permette di giungere alla verità.
Monica Daccò