E’ un feuilleton davvero gracile, nato asfittico e alimentato col latte artificiale, quello che si sta costruendo con fatica intorno alla partecipazione di Elena Ferrante al Premio Strega. Rispetto ai suoi antenati del XIX secolo, la trama e il succo di questo romanzo d’appendice sono pallidi come vinello annacquato; il consumatore di libri e di premi letterari dovrebbe appassionarsi a domande sul genere di: “Ma Elena Ferrante voleva o non voleva partecipare allo Strega?” e poi: “Di quale Ferrante stiamo parlando? Della Elena Ferrante 1, autrice sotto pseudonimo e autrice affermata da anni, o della Elena Ferrante 2, l’anonima usurpatrice che si serve dello stesso pseudonimo per firmare articoli su svariati giornali?” “E se la Ferrante”, come sostengono alcuni, “fosse addirittura un uomo?” Mi sembrano temi debolissimi se si paragonano a quelli, per esempio, che metteva in campo Eugène Sue nel capostipite dei romanzi d’appendice I misteri di Parigi, (1843) con le sue orfane angariate e con la schiera di innocenti mandati in rovina dal perfido e lussurioso notaio Jacques Ferrand; oppure I misteri di Londra, di Paul Féval, (1844, sulla scia), che era sorretto da uno scheletro narrativo molto più appassionante del mistero della Ferrante: riuscirà l’irlandese Fergus O’Breane ad annientare l’Inghilterra per vendicare i torti dei suoi concittadini? Sappiamo bene che i libri vanno venduti non importa come e che il gossip è funzionale alle promozioni ma non c’è lubrificante migliore del buon vecchio sangue che scorre. Allora, niente mezze misure, e che sangue sia. Si organizzi un duello all’alba, in collegamento con Uno mattina, tra la Ferrante 1 e la Ferrante 2, padrini: Franco di Mare e Francesca Fialdini. E se proprio si vuole far saltare il banco dell’audience, che sia all’ultimo sangue.
