Ascoltata di passaggio alla radio, un’intervista promozionale su un film italiano di prossima uscita – la solita intervista al solito attore italiano quasi giovane ed entusiasta non si sa perché: “Di che cosa parla il film?” “Da qualche tempo Paolo *** (regista italiano) sta affrontando nei suoi film una tematica importante e molto impegnativa, l’amore”. Seguiva un racconto-riassunto del film, con un lui e una lei che si amavano, oppure che si erano amati e così via. Un leggero malessere mi avvolse; credevo fosse l’inizio di un’influenza suina e invece era l’ala della tristezza: per l’attore e per tutto il cast che immaginavo grullo ed entusiasta come lui, ma soprattutto per quel Paolo regista, sicuramente strapazzato dalla vita e consumato dai suoi sogni di regia, che finalmente trova i finanziamenti (ministeriali o privati o tutti e due) per affrontare una “tematica importante”: l’amore. M’immaginavo la moglie di Paolo, una donna piuttosto appassita (come il marito, del resto) che mette a letto i bambini dicendo che il papà torna tardi perché deve fare il film, lo sanno, vero? quanto è importante il lavoro di papà; ciò che i bambini non sanno è che Paolo, dopo le riprese, consuma una triste storia di sesso con un’attrice mediocre che lo fa sentire un regista molto intelligente… eccetera. Cercando rimedio alle tristi fantasie che vanno accumulandosi come lugubri e inutili lenzuoli sulla vita privata del regista, ritrovo nella memoria una brevissima storia d’amore di Carlo Dossi, uno dei nostri grandi scrittori della seconda metà del XIX secolo: è una storia malinconica, agrodolce, crudele, in equilibrio tra felicità e rassegnazione; c’è solo da augurarsi che non capiti mai a tiro del regista Paolo*** perché non oso pensare come potrebbe strapazzare un gioiello così compiutamente perfetto, come i 5.794 scritti che compongono le Note azzurre, il grande “zibaldone pubblico” di Carlo Dossi.
Racconti d’amore. Un giovane ed una giovane si amavano ardentemente, tacitamente. Il giovane, non osando altre vie per dichiarare la sua passione, scrisse un biglietto a lei in cui diceva che se ella, la prima sera in cui si sarebbero incontrati, si fosse messa al collo un nastrino azzurro, quel segno lo avrebbe incoraggiato a chiederla in isposa a’ suoi parenti; altrimenti sarebbe senz’altro partito per lontani paesi. Nascose quindi il biglietto in un mazzolino di fiori e l’offerse alla giovane. Venne la sera desiderata e s’incontrarono. Ella non aveva al collo il nastro invocato. Il giovane non si fece più vedere e partì – come aveva giurato – per remote plaghe. – Quarant’anni passarono per tutti due di silenzioso dolore. Un giorno, ella che aveva conservato gelosamente tutti i mazzolini donatile dall’amato suo e piangeva spesso su di essi, trovò in uno l’amoroso biglietto. Quanta gioja era in quel mazzolino rinchiusa! Quanto dolore ne usciva! L’antico amante rimpatriò. Si sposarono. Ma la gioventù era per sempre passata e per lui e per lei.
Carlo Dossi, Note azzurre, Adelphi