Il “Ritratto di Dorian Gray” pubblicato nel 1890 è il celebre romanzo scritto da Oscar Wilde: un attacco alla mentalità vittoriana dell’epoca, al puritanesimo, la vocazione allo scandalo, gli atteggiamenti trasgressivi ed eccentrici dell’autore si riflettono sul protagonista.
Dorian Gray è un giovane bellissimo a cui l’amico pittore Basilio Hallward fa un ritratto, egli stesso affascinato dalla propria avvenenza, formula una richiesta: che i segni del tempo e le esperienze della vita non lascino impronte sul suo volto, ma solchino quello del ritratto. Ed è ciò che avverrà, Dorian vive all’insegna dei piaceri senza farsi nessuno scrupolo, arrivando perfino ad uccidere chi osa criticare la sua condotta. Ciò nonostante il suo volto non invecchia e rimane bellissimo mentre sul ritratto si depositano tutti i segni della dissolutezza e del male. Ciò che rappresenta il quadro è la vera immagine che Dorian scopre di se stesso e, non sopportandone il significato, la distrugge ponendo, però, così fine anche alla propria vita. Morendo egli riprenderà la sua vera fisionomia: quella di un uomo vecchio e abbruttito dalla dissipazione.
Questo è il Dorian Gray che tutti, o quasi, conosciamo, ma esiste un altro volto per Dorian che mi ha fatto immaginare un senso “altro”, differente della sua ambiguità: si chiama Maria Luisa Mangini nata nel 1928 e morta suicida a 83 anni nel 2011. È stata un’interprete di teatro e di cinema famosa negli anni ’50, il suo debutto nel mondo dello spettacolo avvenne al fianco di Macario e Bramieri nella rivista “Votate per Venere”, lavorò successivamente con Sordi, Tognazzi, Vianello. Una bellezza da “femme fatale” che le valse ruoli in commedie brillanti recitando, tra i grandi, con Totò, ma anche in ruoli drammatici nel cinema d’autore diretta da Antonioni, Fellini, Comencini. A 30 anni, al culmine della carriera, abbandonerà le scene travolta da uno scandalo: una relazione inconfessata e un figlio. Donna bellissima e attrice enigmatica, è conosciuta al grande pubblico con lo pseudonimo di Dorian Gray, ambiguo e maledetto, corrotto ed eterno lui, magnifica e misteriosa, provocante e pura lei. Un destino romantico la accomuna al personaggio creato da Wilde: il culto della bellezza, la bellissima Mangini rifiutò l’avanzare dell’età (si scoprì che aveva sempre mentito sulla sua data di nascita) e con essa i segni inesorabili del tempo sul viso e sul corpo, un’idea maturata dopo la sua tragica morte. Io voglio osare andando oltre: il Dorian di Wilde è solo la superficie di uno specchio profondo, quello di una coscienza che vive in moduli rarefatti e inimitabili di preziosa ricercatezza, una evanescente fragilità che guarda lo specchio e non il volto, che intende uccidere l’immagine per salvare se stesso. La bellissima Dorian invece ha il coraggio della profondità che scava la superficie dello specchio rifiutando l’apparenza, il mondo patinato che l’aveva celebrata come il sogno erotico degli italiani per quella bellezza eccessiva di donna da mostrare nei night, ma non da sposare e assume su di sé i segni dolorosi della vita, ne ha consapevolezza fino alla scelta estrema. Il volto al femminile di Dorian si toglie la vita per ridare dignità alla sua immagine, quella dignità che la donna non aveva mai perso.
Monica Daccò