Nessuna nostalgia, intendiamoci, ma il vespaio suscitato dalle dichiarazioni del sottosegretario Faraone sulle occupazioni delle scuole come momento formativo e le conseguenti reazioni di presidi e insegnanti fanno rimpiangere i tempi in cui gli attori dell’eterna commedia scolastica recitavano diligentemente il loro ruolo. Molti professori indossavano barbe e baffi imponenti, meglio ancora se terrificanti come quelle degli omoni dei primi film di Chaplin e battevano i pugni sul tavolo affermando istericamente la loro autorità. Gli studenti si ribellavano. Tutto chiaro. Prima del ’68, la ribellione era prevalentemente di natura coprolalico-sessuale: le “parolacce” rimbalzavano nell’aula fra una pausa e l’altra delle lezioni; i banchi lignei venivano istoriati con graffiti approssimativi di organi maschili e femminili; mani insicure si passavano foto di donne discinte; i più grandi trascuravano lo studio per infilarsi in locali fumosi dove matrone annoiate esibivano ciò che era rimasto dei loro sogni: carni deluse che non vedevano l’ora di trovare un letto su cui sdraiarsi, infine. Senza compagnia, potendo.
Il gioco delle parti, ancorché schematico, generava prodotti narrativi fra il gossip e la fantasia torbida; il più ricorrente era quello professore intransigente che si diceva frequentasse le case di tolleranza. Si diceva, appunto, perché era difficile separare la fantasia dei liceali dalla cronaca; in quel dire, in quel ri-raccontare si sviluppava un’educazione sessuale sghemba e, per così dire autogestita. Il professor Unrath (1905), il capolavoro di Henrich Mann da cui, venticinque anni dopo, fu tratto il famoso Angelo azzurro con Marlene Dietrich, ristrutturò in senso dinamico ristagnante tragicommedia della scuola con una trama nella quale un crudele professore insegue i suoi studenti nella casa della perdizione ove incontra una donna diabolicamente brava nel gioco della seduzione, che lo porterà all’abiezione e al delitto. Quando si dice: andare fino in fondo alle cose!
UNRAT La seconda volta che andai all’Angelo azzurro provai a raggiungere i camerini da solo. Brancolai nella notte del guardaroba e giunsi finalmente al camerino di Rosa Frölich. L’artista Frölich mi lanciò solo un’occhiata.
ROSA To’, rieccolo.
UNRAT Forse le parrà strano… che ripeta così presto la mia visita…
ROSA No, neanche un po’.
UNRAT In fondo, è stata lei a dirmi di tornare.
ROSA Be’, eccola qui… Ma chi mi dice che sia venuto davvero per me? Non mi aiuta nemmeno a levarmi il mantello.
UNRAT Ah, sì, certo… mi scusi…
ROSA La volta scorsa venne per via di un suo scolaro, un ragazzaccio che voleva distruggere, polverizzare…
UNRAT In primo luogo… sì, certo, in origine…
ROSA Bene se non ha nulla in contrario, io mi spoglierei.
UNRAT Rosa Frölich si sfilò la sottana. Il busto era ancora aperto, e io vidi con sgomento che sotto era nera e luccicante. Ma ancora più sorprendente fu la scoperta che sotto non portava sottoveste, bensì un paio di calzoncini al ginocchio, larghi e neri; né sembrava provarne imbarazzo, aveva un’aria perfettamente innocente. Sentii frusciarmi all’orecchio una prima rivelazione di misteri, di fatti scabrosi sotto la superficie, la buona superficie borghese che si mostra per strada sotto gli occhi della polizia. E provai un senso di fierezza che conteneva paura.
ROSA Sarà meglio che si volti, perché adesso va giù tutto!
UNRAT Mi voltai precipitosamente, e ascoltai tutto quel fruscio. Poi l’artista Frölich mi porse qualcosa.
ROSA Regga, per favore.
UNRAT Lo presi senza saper che cosa fosse. Era nero, stava tutto in un pugno, ed era caldo al tatto, di un tepore animale. Improvvisamente mi scivolò di mano: avevo intuito la ragione di quel tepore: erano i calzoncini di Rosa!
Heinrich Mann, L’Angelo azzurro, traduzione Bruno Maffi, Rizzoli
