Viene chiamato il Cechov dei sobborghi ma a me sembra che non vi sia traccia di quel “teatro dell’isterismo” di cui parla Sanguineti ne “Il vaudeville tragico”. Circola invece, nei racconti di John Cheever, un’ironia crudele che sembra connaturata al nostro vivere quotidiano e che trova nel dialogo asciutto la sua evidenza, come appare in questo breve racconto che potrebbe essere portato sulla scena.
Una sera, mentre lavavamo i piatti, Ethel mi parlò del dottor Trencher. “Sai, mi sono dimenticata di dirtelo. Trencher mi ha detto che mi ama. Non può vivere senza di me.”
Lì per lì, non diedi troppa importanza all’episodio. Poi una sera, mentre leggevo il giornale, mi accorsi che Ethel stava alla finestra e guardava giù in strada.
«È proprio Trencher, vieni a vedere.»
«Beh, che cosa c’è di strano? Sta soltanto portando a spasso il cane. »
«Dice che viene tutte le sere a guardare le nostre finestre illuminate.»
Trascorsero due settimane. Una sera, tornando a casa, trovai un mazzo di rose nel soggiorno. Ethel disse che gliele aveva portate Trencher nel pomeriggio.
«Quanto tempo si è fermato?»
«Solo un minuto. »
«Vuoi andartene via con lui?»
«Non so, ma chi può dire che non dovrei?»
Alle nove suonò il campanello. Era Trencher. Sembrava turbato ed emozionato.
«So che a lei non piace vedermi qui, ma amo sua moglie. Sono un uomo pratico, e mi rendo conto che non si potrà decidere niente finché lei non avrà divorziato».
«Fuori di qui», gridai. «Se ne vada all’inferno!».
Trencher uscì. Ethel era pallida, ma non piangeva. Andammo a letto, e durante la notte Ethel mi svegliò. Era distesa dalla sua parte del letto e piangeva.
«Perché piangi?»
«Perché piango? Perché piango? Piango perché mio padre è morto quando avevo dodici anni. Piango perché ho dovuto indossare un brutto vestito, un vestito passatomi di seconda mano, a una festa di vent’anni fa, e non mi sono divertita. Piango per qualche sgarbo che non riesco a ricordare. Piango perché sono stanca, perché sono stanca e non riesco a dormire.»
Udii che si stava sistemando sul divano, poi tutto tornò nel silenzio.
John Cheever, Stagione di divorzio, Garzanti, traduzione Marco Papi
