È impossibile raccontare uno spettacolo, e l’impresa appare del tutto assurda quando, confidando nella memoria, si pretenderebbe di ricostruirne uno che risale a più di quarant’anni fa. Quello che ho in mente, o meglio ciò che ne resta, filtrato da una lente sempre più opaca, è il Moby Dick di Mario Ricci, un regista-drammaturgo il cui nome non dice nulla a molti, perché il teatro è quanto mai volatile e perché, come ricorda Franco Cordelli, “Negli anni Sessanta non c’era chi filma tutto ciò che accade in scena”. Fra le messe in scena che ricordo di Ricci, James Joyce, I viaggi di Gulliver, Il Barone di Münchausen — all’origine di quel teatro c’era dunque la letteratura, ma durante il viaggio dal libro al palcoscenico la scrittura originaria si faceva sempre più rarefatta e svaniva in un’impalpabile dissolvenza dalla quale affiorava solamente il ricordo che l’opera aveva impresso in Ricci lettore – come quando, vecchio ma anche solamente adulto, ritorni a un libro che avevi molto amato e, riaprendolo, non riconosci più il testo, o meglio: esso ti appare nella doppiezza del sogno, come quello e non quello – anzi decisamente non quello perché in tutti questi anni, ne hai fatto dentro di te una lenta e radicale riscrittura. Ricci era il più estroso esponente del “teatro d’immagine”, un genere (se lo si può definire così) verso il quale nutrivo qualche giovanile pregiudizio data la mia propensione, anche un po’ ossessiva, per il dialogo e per quella scrittura letteraria che mi porto ancora addosso. Ho molto lavorato sulla riscrittura teatrale ma nel senso opposto a quello di Mario Ricci: io sostituivo parole, lui le toglieva. Era inevitabile che tanta diversità finisse per trasformare il pregiudizio in fascino – lo stesso fascino che sarebbe scattato in un poeta barocco che avesse avuto occasione di leggere un haiku.
In questi giorni mi è tornata in mente la grazia di quel Moby Dick: gli attori indossavano teste di pesci danzanti su un piccolo palcoscenico; il Pequod di Achab era una barchetta di carta di giornale, come quelle che fanno i bambini, ma di due metri; di tanto in tanto una voce emanava qualche frammento del romanzo. Tutto qui. Un niente difficile da realizzare perché bisogna passare per la cruna del togliere. Mi verrebbe voglia di provarci, ma dovrei trovare uno scalpello molto resistente perché le incrostazioni della parola sono tante e dure come il basalto.
Di Mario Ricci, come dicevo, non è rimasto molto. Consiglio di leggere quanto ne ha scritto Franco Cordelli: http://archiviostorico.corriere.it/2010/novembre/28/Addio_Mario_Ricci_regista_del_co_9_101128078.shtml
