
«Un attimo, e sono da te», gli aveva detto staccandosi da lui – forse doveva salutare qualcuno, impartire disposizioni ai domestici o cose del genere. La seguiva con lo sguardo mentre, a ogni qualche passo, si intratteneva con questo o quell’invitato. Vecchi notabili travestiti da pirati e da ammiragli che la guardavano con le ultime gocce di desiderio; colleghe antipatiche e antipatizzanti travestite da amiche del cuore che l’abbracciavano – normale routine per una padrona di casa.
In fondo al salone il costume da Pierrette di lei si era congiunto (forse ricongiunto?) con quello di un samurai. Era palesemente il più chiassoso ed egocentrico di tutti i costumi presenti. Forse per questo lei aveva riso forte e leggermente stonando quando l’aveva incontrato. Forse per questo lo aveva preso sottobraccio ed era scomparsa con lui in una porticina mimetizzata nella parete.
La festa aveva incominciato a calare. Lui era rimasto sempre lì, accanto al buffet. Infine, svaniti gli invitati, era comparsa una piccola schiera di domestici che avevano incominciato a riordinare. Li dirigeva un maggiordomo anziano. Era un uomo che nel suo lungo corso doveva aver incrociato molti dolori quasi tutti non suoi – ciò che ora gli conferiva una certa distaccata umanità. Mentre i servitori giovani portavano via le bottiglie, il maggiordomo gli chiese se volesse bere ancora qualcosa. Formulata da un altro, la domanda sarebbe suonata sarcastica; detta da lui, significava che l’attimo, dopo essere stato stiracchiato oltre ogni logica, si era del tutto esaurito.
La notte era umida e freddina, così che le foglie del viale erano diventate scivolose. Non essendo più tanto giovane, si allontanava con cautela – una caduta sarebbe stata tragicomica; ebbe per un istante la visione di sé con le gambette secche a bicicletta nell’aria. Di tanto in tanto si volgeva alla villa, come per dire: «Sappiate che io me ne sto andando.» Le finestre, tutte chiuse, rispondevano: «E allora?», sempre più spazientite.
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