
La cugina Erminia era timida. Ma non in modo patologico, forse le piaceva soltanto stare per conto suo – e poi, a quei tempi la timidezza non era forse lo scrigno impalpabile che custodisce (e in certo modo garantisce) la sensibilità di una fanciulla? Non bisognava dunque ingigantire la cosa, diceva la madre, e scambiare una virtù per un difetto. Il padre non la pensava così. Era un uomo dalla doppia personalità: di giorno, un austero notaio, di notte, uno di quei fragorosi buontemponi che ammorbano le serate di tutti; gli sarebbe dunque piaciuto che la giovane Erminia gli somigliasse. Predispose quindi per la figlia un programma di graduale socializzazione che prevedeva come primo passo delle innocenti partite a carte tra fanciulle. Presto, Erminia scoprì che con le carte ci sapeva fare e si stancò di quelle sciocchine che giocavano senza impegno mentre parlavano di ragazzi e altre stupidaggini.
Dopo qualche tempo, fece irruzione nello studio notarile Antelami (il padre di Erminia) un cliente di antica data. Non si trattava né di un rogito né di un testamento, ma di una confessione: da molti anni il vecchio cliente dedicava le sue serate al gioco: era abituato a perdere, ma il suo notevole patrimonio gli consentiva di coltivare quel vizio senza gravi danni. Fino a una settimana prima, quando aveva incrociato una giocatrice giovanissima, imbattibile e spietata. La ragazza era entrata da poco nel giro del poker, e gli amici lo avevano avvertito di starne alla larga, ma lui, stupido, anzi morbosamente attratto, l’aveva sfidata subendo pesantissime perdite. “E chi sarebbe questa ragazza?”, chiese il notaio. “Nessuno lo sa, gioca sempre travisata perché è molto timida»
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