
Adelina è fatta così, soprattutto il sabato pomeriggio. Durante gli altri giorni della settimana, qualche volta si riesce prenderla per il verso giusto ma il sabato è quasi impossibile. Incomincia a caricarsi verso le quattro e mezza. Entra ed esce per le stanze sbattendo le porte e imprecando fra sé fino a quando non le chiedo:
– Hai perso qualcosa?
– Non ho perso niente, è che in questa casa qualcuno sposta tutto, mette le mutande coi guanti, i guanti con le scarpe e le scarpe in cantina.
Viviamo insieme da molti anni, noi due sole, e ho imparato a non rispondere, perché non è questo il punto.
Il punto si palesa poco dopo le cinque, quando Adelina dice:
– Non so che intenzioni hai tu, ma io non voglio passare tutto il sabato in questa tomba.
– Va bene, usciamo.
– Non sei costretta, eh?
Uscire vuol dire sempre la stessa cosa, andare a sedersi su una delle panchine che costeggiano il corso; una volta, ma moltissimi anni fa, ci andavano le ragazze; fingevano di parlare fra loro e intanto facevano un po’ di vetrina per i maschi che passavano avanti e indietro. I maschi di allora sono in parte sposati e in parte trapassati, e quelli di oggi prendono i motorini per andare chissà dove, oppure si rintanano nei loro locali.
“Ormai, il corso è morto e defunto”, dice Adelina.
Questo povero corso cittadino non le aveva mai dato soddisfazione nemmeno quando era giovane: ogni tanto qualche ragazzo si fermava per attaccare discorso con lei, ma subito veniva congelato da un “Beh?” così sgradevole che lo faceva pedalare.
Invece io mio marito l’ho conosciuto proprio sul corso, come tutte. Quando ho detto a mia sorella che filavamo, ha risposto soltanto: “Contenta te… Ma già, tu sei di bocca buona”. A me fa malinconia venire qui, mi viene in mente che mio marito non c’è più da troppi anni, ma lei viene a vegliare il corso defunto tutti i sabati col piacere un po’ malato che si prova davanti al cadavere di un nemico.
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