QUOTIDIANA. L’ippopotamo Pippo

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In quegli anni (Sessanta), ero appena arrivato a Torino e incominciavo a muovermi negli ambienti. Si diceva “gli ambienti” gettando via la parola come il pittore lascia andare una pennellata distratta, di prova. «Chi è quello?», «Non lo so, è uno che gira negli ambienti…». Si evitava di dire “cultura” perché sapeva di vecchio, e poi perché gli ambienti erano entità fluide e composite, nelle quali confluivano un po’ di editoria, di pittura, di mondanità, di spettacolo, e soprattutto una certa ansia di esserci, ma ingenua, non troppo sgomitante come sarebbe diventata in seguito, e anche rassegnata a stare in secondo piano, come certe ragazze di quegli anni che si vestivano tutte carine pur sapendo che avrebbero fatto da tappezzeria. Negli ambienti si affacciava anche la pubblicità, che allora a Torino voleva dire lo Studio Testa. Poiché “gli ambienti” erano venati di un certo snobismo, la pubblicità veniva guardata con sufficienza: troppo ricca, troppo televisiva, con quel suo Carosello intasato di frigoriferi, di famiglie, di bambini bagnati, quindi si ergevano degli steccati e si riservava un sorriso di compatimento agli attori che avevano tradito la Prosa per pubblicizzare detersivi. Ma i capillari lunghi e insidiosi di Carosello s’infiltravano. Toccai con mano la contaminazione fra pubblicità e  spettacolo quando conobbi un giovane e promettente attore molto impegnato in certi piccoli spettacoli ambiziosi “di ricerca” e contemporaneamente nel teatro ufficiale – aveva addirittura recitato nel “Bruto Secondo”, di Alfieri, una prova di crudele disciplina per un attore scalpitante come lui.
Una volta mi salutò in fretta:
«Sono in ritardo, devo andare!…»
«In teatro?»
«No, oggi devo andare dall’ippopotamo.»
L’Ippopotamo si chiamava Pippo, era una creatura blu tondeggiante (in vetroresina, credo) che pubblicizzava pannolini saltellando goffamente dondolando il testone.
«Dall’ippopotamo a fare cosa?»
«Ci vado dentro. Siamo in diversi…» e mi nominò altri giovani e promettenti attori che animavano quell’idolo televisivo di tanti bambini.
Forse mi prendeva in giro (era il tipo), ma non ho mai voluto verificare, ho preferito mantenere intatta l’immagine di quel guscio pieno di attori sgambettanti su e giù per le colline di una televisione che si pretendeva umana.

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