Galleria. Il corvo

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A volte, il sonno tardava a venire, soprattutto quando il dopocena si prolungava e il bambino, unico in tutta la casa, forse in tutta la città, veniva spedito a letto. Le parole felpate della radio e le voci dei grandi,  tanto più allegre senza di lui, penetravano nella camera e lo soffocavano come un pulviscolo incipriato e beffardo popolato di forme gaudenti che si scambiavano frivolezze e chissà quali segreti gateaux. Questi gateaux ricorrevano spesso nei discorsi esoterici degli adulti; da quello che il bambino aveva capito, dovevano essere frutti preziosi che crescevano in luoghi imprecisati e notturni, certamente non nelle case di tutti i giorni. Finalmente, la malinconia perdeva di intensità quando dalla finestra socchiusa s’infiltrava nella camera un piccolo benessere sotto la forma di un refolo d’aria; era un marchingegno leggero e sapiente che con piccoli gesti professionali ricomponeva il lenzuolo maltrattato, stirava le rughe della coperta e lisciava qualche ciocca di capelli affinché il dormituro entrasse decorosamente nel regno del sonno. Poteva essere soltanto la mano della mamma, pensava il bambino rimanendo immobile, di quella donna sventata che finalmente si era pentita di avergli preferito i grandi e i gateaux. E si imponeva di non aprire gli occhi perché il volto di quella madre doveva restare imprecisato ed esclusivamente notturno. 

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