
La macchina si mosse e subito fu al passo giusto su per l’erta strada battuta ma non coperta d’asfalto. Mi volsi indietro a dare un’ultima occhiata al paese di Scanno e subito dopo guardai lei che giocava con la faccia tirata e quasi altera.
«È finita, naturalmente, essa pensa» – dicevo tra me mentre seguivo i movimenti esatti, ma insolitamente pigri, del piede e della mano sul cambio di marcia.
Era fin qui la stessa strada su ciò che ci eravamo spunti durante quasi ogni sera a passeggio prima delle cene silenziose all’albergo durante le quali tra le poche parole si avvertiva il fluire dei pensieri nell’uno e nell’altro, in ciascuno di noi per proprio conto, in direzioni reciprocamente sconosciute, ma in quest’unico ritmo tranquillo e profondo. L’assuefazione ci aveva uniti, inavvertitamente dapprima e poi tacitamente pensando ciascuno di noi all’altro, rapiti via via ambedue nel pensiero sottile e fisso di quella comunanza nascente che per questo si faceva sempre più profonda. L’intesa si era sviluppata così senza alcuna parola né alcun atto estrinseco fino a quell’ora che se anche era l’ora della nostra partenza e della separazione imminente era un’ora tra le altre ore della nostra esistenza.
Mario Luzi, Trame, Rizzoli