Il video della domenica. ERIC ROHMER, LA MARCHESA VON O. Maria Dolores Pesce, Il tormento e la quiete

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In un luogo indefinito una donna di alto lignaggio concepisce inconsapevolmente un figlio, lo accoglie contro ogni convenzione e contro ogni convenzione ne ricerca il padre che rimane indeterminato ma con tenacia è ricostruito, quasi in una narrazione interna alla narrazione, e riconquistato alla scena. “La marchesa di O” è il luogo ove il femminile diventa irresistibilmente racconto proiettivo in cui Heinrich von Kleist fa confluire il suo tormento, le sue contraddizioni e le sue fratture per cercare e, almeno nella narrazione, trovare quiete. Collegabile e giustamente collegato in una triade che vede da un lato i drammi della contrapposizione “Pentesilea”, o della furia femminile, e “Caterina di Heilbronn”, ovvero della sua remissività, e quasi al suo centro questa novella che negli strati profondi dell’inconscio consente l’incontro tra maschile e femminile ed il concepimento oltre le maschere sociali. È infatti proprio nel reciproco scivolamento, indotto o spontaneo che sia, in quella zona neutra ed oscura dell’anima, che i due protagonisti consentono il prevalere della loro “sincera” attrazione e il reciproco dono. Quel luogo oscuro, nel deflagrare della guerra che intorno a loro prosegue, in un certo senso li protegge da schemi e convenzioni sociali, quegli stessi schemi e convenzioni che, per von Kleist, tutto rendono insincero. Il seguito della novella è infatti costruito sul tentativo, narrativamente perfetto anche nei suoi molto moderni meccanismi, dalla suspense al ripetuto colpo di scena, di far emergere e far accettare al contesto sociale quell’evento quasi incorporandolo a forza nelle sue rigide strutture, a partire da un patriarcato venato da sfumate pulsioni incestuose. Erich Rohmer ne ha tratto un film nel 1976, premiato a Cannes, che ha il grande merito di rispettare e riprodurre con estrema fedeltà la narrazione di Kleist, ivi compreso il suo serrato e profondissimo impianto dialogico, e nel contempo quello di esaltare nel medium cinematografico quei meccanismi interni di significazione che fanno la indubbia modernità di un Heinrich von Kleist, forse proprio per questo, assai poco apprezzato e capito dai suoi contemporanei. Un film pittoricamente impressionista, che si lascia appunto “impressionare” dalle forti suggestioni del racconto e ne asseconda il fluire dai tormenti delle guerre interiori alla quiete del riconoscimento e della accettazione, soggettiva ma soprattutto reciproca.

Maria Dolores Pesce

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